Libia: bombe e petrolio

Non hanno lasciato passare neppure qualche tempo, che gli effetti delle parate nazionaliste che abbiamo dovuto subire per i 150 anni dell’Unità d’Italia si sono subito concretizzati nel loro inevitabile prologo: una “bella” guerra!

Forse si tratta di una di quelle eloquenti ironie cui talora ci sottopone la Storia, ma è strabiliante come la “questione libica” riemerga così prepotentemente proprio in occasione di questa ricorrenza “nazionale”, se si pensa che nel 1911 l’italietta del liberale Giolitti festeggiava i 50 anni di Italia Unita lanciandosi nell’impresa coloniale libica per sancire il suo ingresso nel novero delle grandi potenze.

L’ennesimo fronte per le potenze occidentali. Un nuovo massacro deciso a tavolino da USA, NATO e compagnia dei “volenterosi”…

Lo schema il solito: individuare un nemico, che nonostante traffichi normalmente con i democratici (gli affari si fanno in democrazia come in dittatura!) abbia conservato le fattezze del mostro-dittatore; approfittare di sollevazioni popolari (!?) tendenti al golpe militare, che vogliono occidentalizzare il paese, represse nel sangue; agitare lo spauracchio del terrorismo di Al Qaeda; ed ecco che hai bella che pronta una guerra coloniale… ops, umanitaria!

Eppure ci tocca ricordare dei fatti, che seppure ovvi, necessitano di essere detti, a maggior ragione in questo momento in cui anche i pacifisti, trovandosi orfani di risoluzioni ONU a cui appellarsi (è proprio grazie alla risoluzione 1973 dell’Onu che si è dato il via ai bombardamenti NATO in Libia) se ne stanno comodamente a casa a guardare Santoro…

Come mai la Francia tutta d’un tratto è così zelante?! Sarà forse perché solo il mese prima è rimasta a guardare Ben Alì che faceva sparare in piazza sui dimostranti tunisini? O a causa degli scandali che hanno coinvolto recentemente l’Eliseo, un Presidente che sembra presentarsi ubriaco ai vertici internazionali, la sua caduta nei sondaggi e le elezioni quasi alle porte? O ancora, il fatto che con il disastro nucleare giapponese, il petrolio tenda a riacquisire centralità come fonte energetica, e sia meglio fare scorta ora che si può?

Come mai l’Italia vuole a tutti i costi che sia la NATO a dirigere i “volenterosi” e non ci si affidi a singole iniziative nazionali, ed è così preoccupata dagli sviluppi della situazione!? Forse perché la borghesia italiana e il Governo hanno grossi interessi economici nella zona e temono di essere scalzati dai loro compari d’oltralpe? O perché Gheddafi aveva garantito al governo Berlusconi che avrebbe acciuffato tutti quelli che tentavano di raggiungere l’Italia via mare per lasciarli morire nel deserto o nei campi di prigionia libici? Ma Gheddafi e Berlusconi non erano grandi amiconi fino al mese scorso!? Non avevano siglato a Bengasi nel 2008 un “trattato di amicizia, partenariato e cooperazione”? Non è che allora è vero il fatto che in realtà il “bel paese” non è altro che una colonia militare americana di quell’Obama che, vincitore a priori del Nobel per la pace, continua (inevitabilmente per un capo di Stato) con la solita balla, in salsa texana, dell’esportazione della democrazia manu militari, dimostrando che il Potere mantiene intatta la sua essenza anche quando cambiano i colori (perfino della pelle)!?

Come mai tutta questa attenzione per la Libia non si sta avendo per il Barhein o per lo Yemen, dove le manifestazioni di intellettuali, oppositori politici, giovani, studenti (a cui si sono uniti di recente anche ex militari del regime, in un quadro che per certi punti di vista, quindi, ricorda chiaramente quello libico) sono state soffocate nel sangue dal presidente Saleh!?

Nel 1911, quando fu chiamato per combattere in Libia, il muratore Augusto Masetti decise di rispondere al colonnello che arringava i soldati sparandogli addosso e incitando i commilitoni a disertare e a rivoltarsi in nome dell’internazionalismo proletario, per l’anarchia. Allora l’esercito non era un ammortizzatore sociale cui tutti i falliti parcheggiati in un call center aspirano ad entrare, ma era percepito per quello che è, cioè una fabbrica dell’obbedienza.

Il nostro invito è sempre lo stesso: il rifiuto della Guerra e del Militarismo, ma soprattutto di ciò che gli sta dietro, lo Stato ed il Capitale. Sappiamo che rivolgerlo a chi in cambio di soldi è disposto ad imbracciare un fucile per interessi che non sono i suoi può sembrare un calcio al vento, ed è per questo che convinti di non poter chiedere semplicemente “il ritiro dei militari e la fine dei bombardamenti” riteniamo che l’unico vero gesto solidale con genti di altre terre oppresse come noi sia rappresentato dall’autorganizzarsi per agire in prima persona e attaccare quelli che sono gli interessi dei “nostri” padroni, qui ed ora!

CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA

DISERTARE IL MILITARISMO

PER LA RIVOLUZIONE SOCIALE

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