Dalla svendita del patrimonio pubblico alla sua socializzazione

Uno striscione comparso in via Perasso

Uno striscione comparso in via Perasso

Di seguito il testo di un volantino circolato in città nel fine settimana.

Dalla Svendita del patrimonio pubblico alla sua socializzazione.

Il 3 dicembre a Palazzo Mosti si riuniva il Consiglio Comunale; tra i punti all’ordine del giorno la discussione sulla vendita di alcuni immobili di proprietà comunale, tra cui strutture sportive, culturali e abitative, spazi utilizzati per attività sociali dal basso, quali l’asilo di via Firenze e il pattinodromo di via Mustilli, o le strutture appena concesse al Movimento di Lotta per la Casa per arginare l’emergenza abitativa dopo lo sgombero di via Episcopio. Per l’occasione un corteo di circa 300 persone ha sfilato per le vie della città dirigendosi verso il Municipio per esprimere la propria contrarietà verso tale dismissione. Arrivati sul posto ad attenderli, e a sbarrargli la strada, un nutrito schieramento di forze dell’ordine che al tentativo dei manifestanti di prendere la parola al Consiglio Comunale ha reagito con manganellate e pugni. Nonostante il gran ritardo accumulato, il Consiglio Comunale è comunque cominciato ed essendo i manifestanti impreparati ad una forzatura che li avrebbe visti perdenti sul piano militare di fronte a picchiatori di professione in divisa hanno deciso di dirigersi verso Palazzo Paolo V e di occuparlo per dar vita ad una Assemblea pubblica sulla questione.

Non sono mancate a posteriori le polemiche su quanto accaduto da parte della stampa, che ha amplificato il vittimismo interessato del Sindaco, della giunta e della Questura. Così come non sono mancate le dichiarazioni di Cgil, Cisl e Uil o ad esempio di Sel preoccupate che le contraddizioni sociali rompano gli argini del riformismo e della concertazione per approdare a pratiche di autorganizzazione e conflitto sociale.

Nonostante qualcuno risulti indignato o sorpreso una volta di più di come sia andata, casomai tentando anche improbabili distinguo tra l’aggressività della celere proveniente da Napoli e la “bontà” della sbirraglia locale (quella che farà partire le denunce!),  i fatti ci riconfermano in cosa consista davvero la Democrazia: andare a votare ogni 5 anni delegando le scelte che concernono le nostre vite ed essere raggirati con favolette sulla partecipazione che fa comodo ai politici solo quando si tratta di esprimergli consenso; partecipazione che viene accolta a suon di manganellate quando rischia di diventare sostanza, in quanto minaccia per la Democrazia stessa.

Da un po’ di tempo una certa confusione viene fatta rispetto al concetto di “Beni comuni”, spesso assimilati a, o confusi (ad arte!?) con, il concetto di “Beni pubblici”. In realtà si tratta di cose ben distinte visto che il “comune” si contrappone sia al privato (cioè al Mercato), sia al pubblico (cioè allo Stato). Non ci illudiamo, ad esempio, che la piscina di Capodimonte che la giunta comunale vorrebbe vendere a soli 499.180,50€ sia “comune”, quindi nostra e quindi fruibile da tutti; così come non sono nostri ad esempio i box che ospitano alcune attività commerciali al Rione Libertà, i cui profitti (seppur ridimensionati dalla “Crisi”) sono privati e non assolvono ad alcun “Bene comune”.

E allora, se non è la svendita del patrimonio pubblico ad interessarci, dove risiede l’importanza dei fatti del 3 Dicembre?

Quelle 300 persone hanno dato un segnale forte alla città, scuotendola dal torpore che la ammanta; toccando nervi scoperti; svelando verità sociali scomode, che vanno dalle commistioni tra la classe politica e i ricchi della città, alla corruzione e al clientelismo che albergano nei palazzi del potere – il cui frutto è ad esempio il buco di bilancio che rischia il default di Benevento – la cui denuncia può incrinare ulteriormente la fiducia (ormai ai minimi storici) nei partiti e nelle istituzioni democratiche.

Quel portone chiuso, protetto dai cordoni della celere, così come le infamità dei pennivendoli e le dichiarazioni del Sindaco, dimostrano ancora una volta il terrore dei ricchi e dei potenti per una possibile marea popolare montante. La paura è quella che non sia più la “Crisi” del Capitalismo a voler essere superata, ma il Capitalismo stesso, e quindi che non si tratti più di esprimersi semplicemente sulla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, ma che l’obiettivo possa diventare la socializzazione di qualsiasi patrimonio (pubblico o privato che sia), che schiuderebbe le porte ad una nuova organizzazione sociale senza più poteri forti, né sindaci a rappresentarli.

E’ sempre il momento giusto per riprendersi “la vita, la terra, la gioia e l’abbondanza”! Se non ora quando?

Alcuni Anarchici

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